Nel luglio 2015, quando si è diffusa la notizia che Walter Palmer, un dentista del Minnesota, aveva ucciso un amato leone di nome Cecil, il mondo intero si era indignato, chiedendo pene severe per il dentista e tutti i cacciatori di trofei che uccidevano animali appartenenti alle aree protette. Il dentista americano aveva pagato 50.000 dollari per partecipare a una spedizione di caccia in Zimbabwe e aveva avuto il ‘privilegio’ di uccidere il leone-simbolo del Parco.

Ora, sei anni dopo, un cacciatore avrebbe sparato e ucciso un noto leone di nome Mopane (o Mopani) durante una caccia con l’arco sul confine esterno del Parco Nazionale Hwange dello Zimbabwe, la stessa area dove Palmer ha apparentemente ucciso Cecil.
Mopane viveva con i suoi sei cuccioli, adesso il suo nucleo familiare è stato lasciato estremamente vulnerabile, dato che rimangono solo due leoni femmina adulti e altri sei che hanno circa 16-18 mesi. Ciò determinerà lotte tra gli altri leoni maschi adulti e certamente la perdita di altri esemplari per poter ricreare la gerarchia interna al gruppo.

I cacciatori di trofei, esattamente come i cacciatori di casa nostra, insieme alle agenzie (o bracconieri) che si guadagnano da vivere vendendo viaggi di caccia (in cui i cacciatori pagano per uccidere specie native ed esotiche) si aggrappano alla falsa affermazione che uccidono animali in nome della “conservazione” o, paternalisticamente, per “sostenere i nativi”. Ma questo sterminio di leoni – e tutto ciò che ruota intorno al trophy-hunting – ha solo dimostrato finora il piacere sadico dei cacciatori nel massacrare grandi felini con un’armi potenti e dotati di una super tecnologica.

Secondo il fotografo locale della fauna selvatica Drew Abrahamson, l’uccisione di Mopane potrebbe essere stata facilitata da una caccia con l’arco organizzata dalla Chattaronga Safaris, una società sudafricana con legami riferiti alla Big Game Safaris International, che a dicembre sembra aver pubblicizzato apertamente l’opportunità di uccidere Mopane.
Non è certo una novità che le compagnie di safari in Sudafrica siano immischiate nel business della caccia ai grandi felini. Ma c’è qualcosa di ben peggiore.

Ci sarebbero infatti anche connessioni nascoste del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e gli investimenti nell’industria della caccia ai trofei. Alcune indagini di attivisti hanno rivelato che ha sviluppato e ampliato una proprietà per la caccia ai trofei chiamata Diepdrift, rifornendola di animali provenienti dal suo allevamento di animali selvatici, Phala Phala, e che possiede il 50% di Tsala Hunting Safaris. Mentre si applaude il Dipartimento delle Foreste, della Pesca e dell’Ambiente del Sudafrica per aver dato un giro di vite allo sfruttamento dei leoni in cattività, il mondo animalista internazionale incoraggia il dipartimento a fare di più per i grandi felini e si organizzano proteste e raccolte firme perché i grandi corrieri internazionali non si occupino più la spedizione di qualsiasi parte del corpo di animali esotici uccisi in queste battute di caccia vigliacche e codarde.

Continuiamo a chiederci che razza di passatempo è quello di uccidere, con armi potentissime, esemplari magnifici di animali esotici a rischio d’estinzione, godendo della morte lenta e dolorosa di queste stupende creature. Forse una buona seduta con uno psicologo potrebbe dare qualche risposta e un aiuto. Nel frattempo serve ancora che l’opinione pubblica sia fortemente indignata e si muova compatta per chiedere alle autorità preposte della propria nazione di vietare l’importazione di qualsiasi tipo di trofeo di caccia.

Fonte parziale: PETA

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