La pandemia globale di COVID-19 ha ucciso diversi milioni di persone in tutto il mondo e causato trilioni di dollari di danni economici, ma non è sorta inaspettatamente. Infatti, gli esperti avevano lanciato avvertimenti su questo tipo di epidemia su larga scala osservando la diffusione di altre malattie zoonotiche recenti o emergenti.

Mentre rimane l’incertezza sull’esatta origine del COVID-192, è risaputo che la propulsione alla diffusione delle malattie infettive emergenti di origine zoonotica è il commercio e il consumo di fauna selvatica e di altri animali venduti in condizioni igienico-sanitarie proibitive. Mentre i costi globali di pandemie come il COVID-19 superano drasticamente i benefici del commercio globale di fauna selvatica, si è tuttavia dimostrato difficile affrontare il consumo di fauna selvatica su larga scala a livello locale o regionale.

Questo è particolarmente vero in alcuni paesi asiatici dove la domanda di fauna selvatica utilizzata dalla popolazione in vari contesti tradizionali, culturali ed economici è ancora molto alta, e dove i tentativi di frenare il commercio illegale sono talvolta ostacolati da leggi deboli sul commercio di fauna selvatica, bassa applicazione e corruzione.

Ma anche tra chi consuma animali selvatici o si approvvigiona dai mercati umidi, è cresciuta la consapevolezza del rischio di diffusione di altri virus da questi luoghi e le attitudini di consumo sono di conseguenza già spontaneamente cambiate. Oltre al fatto che le restrizioni del lockdown hanno fisiologicamente fatto calare le vendite di questi mercati.

Un gruppo di ricercatori dell’Università della British Columbia (Canada) ha dunque deciso di capire se, in piena pandemia, la popolazione avesse consapevolezza delle origini o almeno dei fattori che peggiorano la diffusione del virus e se avrebbero cambiato i loro comportamenti di acquisto. L’indagine, pubblicata su Nature Ecology & Evolution è stata svolta su 5 mila individui di cinque diversi Paesi Asiatici: Hong Kong, Giappone, Myanmar, Thailandia, Vietnam. In Cina, le lungaggini per ottenere i permessi, hanno impedito che questo Paese fosse incluso nell’indagine. Un vero peccato, considerato che rappresenta uno dei Paesi dove i wet market sono più diffusi.

Mentre la comunità scientifica di conservazione cerca di capire quale possa essere la risposta più efficace e a lungo termine al COVID-19, in particolare su come ridurre il consumo di fauna selvatica e la distruzione dell’habitat in modo da ridurre la probabilità di una futura emergenza pandemica, approcci normativi, come la chiusura dei mercati della fauna selvatica sono una richiesta globale proveniente da tutti gli Stati del Mondo. Tuttavia, esempi precedenti hanno dimostrato che rendere illegale il consumo di alcuni beni (per esempio, alcol, droghe ricreative) può spingere la domanda verso fonti illegali e mercato nero, che di fatto sono già operativi. Chiudere i mercati o limitare in altro modo l’accesso alla fauna selvatica in situazioni in cui il commercio è altamente localizzato, e/o dove l’uso della fauna selvatica è imperativo per il sostentamento o la sussistenza, pone anche dilemmi etici e compromessi a cui non è facile rispondere.

Per affrontare questo aspetto pratico degli sforzi per riduzione della domanda di fauna selvatica, i ricercatori hanno intervistato un totale di 5.000 persone, abitanti di cinque paesi e territori in Asia (Hong Kong SAR, Giappone, Myanmar, Thailandia e Vietnam), raccogliendo i loro modelli di consumo di fauna selvatica, la loro consapevolezza e gli atteggiamenti verso i mercati della fauna selvatica e COVID-19.
Le domande relative alla potenziale chiusura del mercato della fauna selvatica hanno avuto associazioni variabili con il consumo di fauna selvatica: ma a livello generale il 24% delle persone intervistate si è detto propenso a non acquistare più animali selvatici per uso personale.

I ricercatori concludono lo studio evidenziando come le future campagne di sensibilizzazione atte a diminuire e debellare il consumo di animali selvatici e a chiudere i wet market (dove si macellano in realtà anche gli animali considerati da carne), dovranno analizzare nel dettaglio le motivazioni sociale, culturali e tradizionali alla base di questo consumo. Solo così si potranno intercettare le motivazioni che spingono le persone a consumare ancora animali macellati nei mercati umidi e a fare uso di alcuni prodotti derivati da questi luoghi, perché è fondamentale agire direttamente nel gruppo di persone, consumatori abituali di questi prodotti, insieme a tutte quelle azioni educative e culturali che si possono innescare a livello scolastico o di educazione della popolazione.

Si deve agire, cioè su quello che viene chiamata ‘accettabilità’ sociale’ di questo tipo di consumo, così da creare un atteggiamento di rifiuto e di condanna il più diffuso possibile tra la popolazione. Cosa che per altro è già innescata tra le nuove generazioni che viaggiano di più, spesso studenti e che vogliono sempre di più omologarsi ai propri coetanei occidentali.

Ci auguriamo che altre indagini vengano svolte e sempre più dettagliate in modo da individuare le più efficaci campagne di sensibilizzazione sociale e di educazione al rispetto degli animali e della natura, al di là della motivazione egoistica di evitare la diffusione di pandemie.

 

 

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