WET MARKET ITALIANI

Non lo sappiamo, o non ci pensiamo o non ci abbiamo riflettuto abbastanza. Ma anche in Italia si verificano situazioni del tutto simili ai wet market asiatici che tanto condanniamo e vorremmo chiusi per sempre.

Anche in Italia, soprattutto nei mesi estivi, migliaia di animali esotici e selvatici che mai in natura avrebbero potuto ritrovarsi a pochi centimetri gli uni dagli altri, nelle fiere e nelle mostre-mercato, vengono ammassati gli uni sugli altri, in spazi angusti, senza alcun controllo e per tutta la durata delle manifestazioni.

Nessuno o scarsissimo controllo sulla provenienza degli animali esotici che, catturati nelle aree geografiche di appartenenza (Asia, India o Africa), si ritrovano in gabbie piccolissime o in vaschette di plastica sigillate (!) appena sufficienti a contenerli, mentre nelle gabbie appena più grandi, altri animali mostrano tutti i segni dello stress e della sofferenza a cui sono sottoposti con movimenti stereotipati e forte nervosismo.

Dopo la vendita non va affatto meglio. In una situazione dove l’interesse e l’amore per gli animali maschera malamente un vero e proprio business senza alcun barlume di rispetto per gli animali oggetto di questo interesse malsano, gli animali – trasportati in buste di plastica come la spesa del supermercato – arrivano nelle case di persone del tutto ignare della etologia degli animali.
E così animali che dovrebbero vivere isolati, si possono ritrovare a dover condividere spazi ristretti con altri animali, mentre altre povere creature, che vivrebbero in gruppo, vengono confinati in una teca da sole per il resto della vita, ammesso possano vivere a lungo in una situazione contraria alla loro, essenziale, etologia.

A completare il quadro disastroso e deleterio, cibo improvvisato, ambienti non idonei, manipolazioni inopportune che portano, presto o tardi alla morte di migliaia di questi animali esotici o selvatici, comprati imprudentemente e che, una volta persi, verranno prontamente sostituiti con le prossime vittime, anche queste acquistate nel successivo mercato.

Ma vogliamo ricordare, se mai ce ne fosse bisogno, che non stiamo parlando di oggetti che, una volta rotti, si possono sostituire con modelli più moderni: si tratta di animali, di esseri viventi che non dovrebbero essere ‘oggetto’ di compravendita.

Attendiamo che il Governo italiano possa vietare questi mercati vergognosi, trattandosi anche questi, come i wet market asiatici, di pericolosissime occasioni di diffusione di virus e patologie che possono colpire anche l’uomo, come già successo, e non solo per il Covid-19.

Soprattutto sono luoghi di sofferenza per animali che non si possono costringere a fare i ‘pets’, gli animali da compagnia da un momento all’altro. Abbiamo ancora tanto da imparare da cani e gatti e sulle modalità migliori per rapportarci con loro, non lanciamoci in rapporti con animali esotici di cui non potremmo mai soddisfare le pur minime esigenze, trattandosi di animali che stanno bene solo in natura, nel loro ambiente di origine, a casa loro!

La regola è sempre la stessa: se lasciassimo in pace gli animali, ciò farebbe bene non solo a loro, ma all’umanità tutta.

 

 

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Il 24% DEGLI ASIATICI NON COMPRERà Più DAI WET MARKET. CINA NON PERVENUTA.

La pandemia globale di COVID-19 ha ucciso diversi milioni di persone in tutto il mondo e causato trilioni di dollari di danni economici, ma non è sorta inaspettatamente. Infatti, gli esperti avevano lanciato avvertimenti su questo tipo di epidemia su larga scala osservando la diffusione di altre malattie zoonotiche recenti o emergenti.

Mentre rimane l’incertezza sull’esatta origine del COVID-192, è risaputo che la propulsione alla diffusione delle malattie infettive emergenti di origine zoonotica è il commercio e il consumo di fauna selvatica e di altri animali venduti in condizioni igienico-sanitarie proibitive. Mentre i costi globali di pandemie come il COVID-19 superano drasticamente i benefici del commercio globale di fauna selvatica, si è tuttavia dimostrato difficile affrontare il consumo di fauna selvatica su larga scala a livello locale o regionale.

Questo è particolarmente vero in alcuni paesi asiatici dove la domanda di fauna selvatica utilizzata dalla popolazione in vari contesti tradizionali, culturali ed economici è ancora molto alta, e dove i tentativi di frenare il commercio illegale sono talvolta ostacolati da leggi deboli sul commercio di fauna selvatica, bassa applicazione e corruzione.

Ma anche tra chi consuma animali selvatici o si approvvigiona dai mercati umidi, è cresciuta la consapevolezza del rischio di diffusione di altri virus da questi luoghi e le attitudini di consumo sono di conseguenza già spontaneamente cambiate. Oltre al fatto che le restrizioni del lockdown hanno fisiologicamente fatto calare le vendite di questi mercati.

Un gruppo di ricercatori dell’Università della British Columbia (Canada) ha dunque deciso di capire se, in piena pandemia, la popolazione avesse consapevolezza delle origini o almeno dei fattori che peggiorano la diffusione del virus e se avrebbero cambiato i loro comportamenti di acquisto. L’indagine, pubblicata su Nature Ecology & Evolution è stata svolta su 5 mila individui di cinque diversi Paesi Asiatici: Hong Kong, Giappone, Myanmar, Thailandia, Vietnam. In Cina, le lungaggini per ottenere i permessi, hanno impedito che questo Paese fosse incluso nell’indagine. Un vero peccato, considerato che rappresenta uno dei Paesi dove i wet market sono più diffusi.

Mentre la comunità scientifica di conservazione cerca di capire quale possa essere la risposta più efficace e a lungo termine al COVID-19, in particolare su come ridurre il consumo di fauna selvatica e la distruzione dell’habitat in modo da ridurre la probabilità di una futura emergenza pandemica, approcci normativi, come la chiusura dei mercati della fauna selvatica sono una richiesta globale proveniente da tutti gli Stati del Mondo. Tuttavia, esempi precedenti hanno dimostrato che rendere illegale il consumo di alcuni beni (per esempio, alcol, droghe ricreative) può spingere la domanda verso fonti illegali e mercato nero, che di fatto sono già operativi. Chiudere i mercati o limitare in altro modo l’accesso alla fauna selvatica in situazioni in cui il commercio è altamente localizzato, e/o dove l’uso della fauna selvatica è imperativo per il sostentamento o la sussistenza, pone anche dilemmi etici e compromessi a cui non è facile rispondere.

Per affrontare questo aspetto pratico degli sforzi per riduzione della domanda di fauna selvatica, i ricercatori hanno intervistato un totale di 5.000 persone, abitanti di cinque paesi e territori in Asia (Hong Kong SAR, Giappone, Myanmar, Thailandia e Vietnam), raccogliendo i loro modelli di consumo di fauna selvatica, la loro consapevolezza e gli atteggiamenti verso i mercati della fauna selvatica e COVID-19.
Le domande relative alla potenziale chiusura del mercato della fauna selvatica hanno avuto associazioni variabili con il consumo di fauna selvatica: ma a livello generale il 24% delle persone intervistate si è detto propenso a non acquistare più animali selvatici per uso personale.

I ricercatori concludono lo studio evidenziando come le future campagne di sensibilizzazione atte a diminuire e debellare il consumo di animali selvatici e a chiudere i wet market (dove si macellano in realtà anche gli animali considerati da carne), dovranno analizzare nel dettaglio le motivazioni sociale, culturali e tradizionali alla base di questo consumo. Solo così si potranno intercettare le motivazioni che spingono le persone a consumare ancora animali macellati nei mercati umidi e a fare uso di alcuni prodotti derivati da questi luoghi, perché è fondamentale agire direttamente nel gruppo di persone, consumatori abituali di questi prodotti, insieme a tutte quelle azioni educative e culturali che si possono innescare a livello scolastico o di educazione della popolazione.

Si deve agire, cioè su quello che viene chiamata ‘accettabilità’ sociale’ di questo tipo di consumo, così da creare un atteggiamento di rifiuto e di condanna il più diffuso possibile tra la popolazione. Cosa che per altro è già innescata tra le nuove generazioni che viaggiano di più, spesso studenti e che vogliono sempre di più omologarsi ai propri coetanei occidentali.

Ci auguriamo che altre indagini vengano svolte e sempre più dettagliate in modo da individuare le più efficaci campagne di sensibilizzazione sociale e di educazione al rispetto degli animali e della natura, al di là della motivazione egoistica di evitare la diffusione di pandemie.

 

 

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MOPANE UCCISO COME CECIL: ERANO I LEONI SIMBOLO DEL PARCO NELLO ZIMBABWE

Nel luglio 2015, quando si è diffusa la notizia che Walter Palmer, un dentista del Minnesota, aveva ucciso un amato leone di nome Cecil, il mondo intero si era indignato, chiedendo pene severe per il dentista e tutti i cacciatori di trofei che uccidevano animali appartenenti alle aree protette. Il dentista americano aveva pagato 50.000 dollari per partecipare a una spedizione di caccia in Zimbabwe e aveva avuto il ‘privilegio’ di uccidere il leone-simbolo del Parco.

Ora, sei anni dopo, un cacciatore avrebbe sparato e ucciso un noto leone di nome Mopane (o Mopani) durante una caccia con l’arco sul confine esterno del Parco Nazionale Hwange dello Zimbabwe, la stessa area dove Palmer ha apparentemente ucciso Cecil.
Mopane viveva con i suoi sei cuccioli, adesso il suo nucleo familiare è stato lasciato estremamente vulnerabile, dato che rimangono solo due leoni femmina adulti e altri sei che hanno circa 16-18 mesi. Ciò determinerà lotte tra gli altri leoni maschi adulti e certamente la perdita di altri esemplari per poter ricreare la gerarchia interna al gruppo.

I cacciatori di trofei, esattamente come i cacciatori di casa nostra, insieme alle agenzie (o bracconieri) che si guadagnano da vivere vendendo viaggi di caccia (in cui i cacciatori pagano per uccidere specie native ed esotiche) si aggrappano alla falsa affermazione che uccidono animali in nome della “conservazione” o, paternalisticamente, per “sostenere i nativi”. Ma questo sterminio di leoni – e tutto ciò che ruota intorno al trophy-hunting – ha solo dimostrato finora il piacere sadico dei cacciatori nel massacrare grandi felini con un’armi potenti e dotati di una super tecnologica.

Secondo il fotografo locale della fauna selvatica Drew Abrahamson, l’uccisione di Mopane potrebbe essere stata facilitata da una caccia con l’arco organizzata dalla Chattaronga Safaris, una società sudafricana con legami riferiti alla Big Game Safaris International, che a dicembre sembra aver pubblicizzato apertamente l’opportunità di uccidere Mopane.
Non è certo una novità che le compagnie di safari in Sudafrica siano immischiate nel business della caccia ai grandi felini. Ma c’è qualcosa di ben peggiore.

Ci sarebbero infatti anche connessioni nascoste del presidente sudafricano Cyril Ramaphosa e gli investimenti nell’industria della caccia ai trofei. Alcune indagini di attivisti hanno rivelato che ha sviluppato e ampliato una proprietà per la caccia ai trofei chiamata Diepdrift, rifornendola di animali provenienti dal suo allevamento di animali selvatici, Phala Phala, e che possiede il 50% di Tsala Hunting Safaris. Mentre si applaude il Dipartimento delle Foreste, della Pesca e dell’Ambiente del Sudafrica per aver dato un giro di vite allo sfruttamento dei leoni in cattività, il mondo animalista internazionale incoraggia il dipartimento a fare di più per i grandi felini e si organizzano proteste e raccolte firme perché i grandi corrieri internazionali non si occupino più la spedizione di qualsiasi parte del corpo di animali esotici uccisi in queste battute di caccia vigliacche e codarde.

Continuiamo a chiederci che razza di passatempo è quello di uccidere, con armi potentissime, esemplari magnifici di animali esotici a rischio d’estinzione, godendo della morte lenta e dolorosa di queste stupende creature. Forse una buona seduta con uno psicologo potrebbe dare qualche risposta e un aiuto. Nel frattempo serve ancora che l’opinione pubblica sia fortemente indignata e si muova compatta per chiedere alle autorità preposte della propria nazione di vietare l’importazione di qualsiasi tipo di trofeo di caccia.

Fonte parziale: PETA

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LOLITA, L'ORCA DI 51 ANNI SCHIAVA DI UN PARCO ACQUATICO DI MIAMI

L’8 agosto 1970, nelle acque del Puget Sound dello Stato di Washington, un branco di orche fu attaccato e radunato da un gruppo di cacciatori di orche, guidati da Ted Griffiths e Don Goldsberry. Usando motoscafi, un aeroplano e facendo esplodere addirittura esplosivi nell’acqua, costrinsero le orche ad entrare in Penn Cove, la baia di Penn. Le orche giovani furono separate dalle loro madri, dato che i neonati erano i primi candidati per essere venduti agli acquari, mentre le orche adulte furono liberate. Tuttavia, il branco di adulti non voleva lasciare i propri cuccioli e si rifiutava di allontanarsi da loro, emettendo grida simili a quelle di un essere umano, fino a quando l’ultimo piccolo fu tirato fuori dall’acqua, per non tornare più. Un adulto e quattro neonati rimasero uccisi durante questa cattura. L’industria degli acquari e delfinari, nel tentativo di nascondere le morti delle orche all’opinione pubblica, ha dato istruzioni ai cacciatori di aprire le pance degli animali morti, riempirle di pietre e affondare i loro corpi con delle ancore, sperando che non venissero mai scoperte.

È a causa del gran numero di catture indiscriminata di orche da parte dell’industria dei parchi marini nelle acque dello Stato di Washington, che un’intera generazione di orche è stata eliminata, e come risultato, questa popolazione di orche è ora considerata una specie in pericolo.

Uno dei cuccioli di orca catturati era un’orca di 4 anni di nome Tokitae, che fu venduta al Miami Seaquarium. Arrivò al parco marino il 24 settembre 1970, dove fu ribattezzata ‘Lolita’ e da allora vive lì. Esegue trucchi durante i suoi spettacoli programmati, e lo ha fatto per gli ultimi quarantasei anni.

La vasca di Lolita è grande come la piscina di un hotel.

È ormai noto che le orche sono creature incredibilmente intelligenti, senzienti e sociali. Le orche residenti del nord-ovest del Pacifico, Lolita è una di loro, rimangono con le loro madri per tutta la vita. La madre di Lolita, conosciuta come L25, è ancora viva oggi e ha circa 90 anni, viene fotografata regolarmente da scienziati e organizzazioni di conservazione marina.

Lolita vive attualmente da sola senza altri compagni della sua specie. Quando non si esibisce nel suo spettacolo, Lolita galleggia svogliatamente nella sua vasca. In natura, le orche nuotano centinaia di miglia al giorno, immergendosi fino a 154 metri di profondità. Nella sua vasca, nuota in cerchio all’interno di un’area larga 10 metri e può andare in profondità solo fino a 6 metri, in una piccola area al centro della vasca.

Lolita è la più vecchia orca vivente in cattività, nella più piccola vasca per orche del paese.

Fonte: savelolita.org

PARTECIPIAMO TUTTI ALLA MAIL-BOMBING MONDIALE

Inviamo una lettera di protesta al Parco Marino che sfrutta Lolita da 46 anni in numeri da clown che non hanno nulla di divertente, ma sono solo denigranti per questo magnifico mammifero marino.

Lettera-modello da firmare e inviare, con oggetto #FREELOLITA

Dear Sirs,

Lolita’s tank size, as well as other issues surrounding her care, are a clear violation of the Animal Welfare Act (AWA). APHIS (Animal and Plant Health Inspection Service) an arm of the USDA (United States Department of Agriculture) is the government agency that is responsible for implementing the Animal Welfare Act. APHIS has been contacted about Lolita’s condition, and they continue to respond that her tank and the Miami Seaquarium are not in violation of the AWA. Please see the breakdown below for the violations.

1. Lolita’s Tank Size (Space requirements for Orca) Lolita’s tank is an oval, with the dimensions of 35 feet by 80 feet. APHIS claims their measurements of the tank show it to be 60 feet by 80 feet. This is clearly incorrect. (Please note this does NOT include a small medical pool, behind a concrete barrier in the center of the tank. APHIS, by there own admission, does not include the medical tank in their measurements)

2. Perimeter Fence & Protection from Abuse and Harassment Lolita’s pool does not meet AWA requirements to keep animals and unauthorized people out nor does it provide protection from abuse and harassment by the viewing public.

3. Protection from Weather and Direct Sunlight Lolita is not afforded protection from the weather or from direct sunlight as is required by the AWA.

4. Housing with Compatible Animals Lolita has not been in the company of another orca since 1980. This highly social animal lives in relative solitude as the AWA is interpreted to accept her dolphin tank-mates as an adequate replacement for a member of her own species.

5. Pool Environment Enhancements Non-food objects are utilized in Lolita’s pool for stimulation which may subject her to injury through ingestion; another AWA violation.

6.  Emergency Contingency Plans. The well being of Lolita and the other marine mammals are at the mercy of the toxic remnants of the Gulf oil spill, sewage contamination in Biscayne Bay and hurricane threats. APHIS has neglected to enforce AWA Emergency Contingency Plan requirements.

In view of all these infractions, we urgently call for Lolita to be put on a full ocean rehabilitation plan, as per Mr Ken Balcomb’s project, of the Center for Whale Research and Howard Garrett of the Orca Network. View the official Orca Network Plan Proposal for Lolita

Looking forward to hearing from you soon, I thank you very much for your attention.

Best regards,

Nome Cognome

Città

INVIARE A: usa (;) come separatore agli indirizzi email che trovate qui di seguito:

Contatto APHIS:
Suggeriamo di contattare l’APHIS per le sei violazioni dell’Animal Welfare Act elencate sopra.
Janet L. Bucknall, Eastern Regional Director
USDA – APHIS Animal Care
920 Main Campus Drive-Suite 200
Raleigh, NC 27606
(919) 855-7200 – Office
(919) 855-7215 – Fax

Janet.l.bucknall@aphis.usda.gov

Kevin Shea, Administrator Animal and Plant Health Inspection Services

4700 River Road
Riverdale, MD 20737
1-844-820-2234
Monday-Friday – 8:30 a.m. to 5:00 p.m. ET

Contatto Secretary of Agriculture:
Potete anche inviare un’email a Sonny Perdue, segretario dell’agricoltura, con le stesse preoccupazioni:
agsec@usda.gov

Contatto Office of the Inspector General:

L’Ufficio dell’Ispettore Generale ha una “Hotline (linea preferenziale” per segnalare violazioni relative ai programmi USDA come: frode, cattiva condotta dei dipendenti, cattiva gestione, conflitto di interessi, ecc. I suggerimenti della hotline possono essere presentati online, via e-mail, per telefono o per posta. Clicca su questo link per la hotline dell’OIG e segnala l’inazione dell’APHIS:: http://www.usda.gov/oig/hotline.htm

Oppure usa la mail generale: askusda@usda.gov

Contatta i nuovi proprietari del Seaquarium:
Inoltre, puoi contattare i nuovi proprietari del Seaquarium e far sentire la tua voce

L’ufficio principale a cui scrivere è:

Fernando Eiroa, CEO
Parques Reunidos Group
Casa de Campo, s/n
Madrid, Madrid 28011

Palace Entertainment è la filiale operativa statunitense di Parques Reunidos, una società con sede in Europa di proprietà del fondo di private equity Candover, gestito da Arle Capital con sede a Londra. Potete anche scegliere di contattare il presidente di Arle Capital, Sir George Buckley. Vi chiediamo di essere educati e rispettosi nella vostra richiesta riguardante Lolita:

Sir George Buckley

Arle Capital Partners Limited

12 Charles II Street

London

SW1Y 4QU
Tel: +44 (0) 20 7979 0000

www.Arle.com

Email: info@arle.com

e anche: parquesreunidos.comu@grpr.com

GRAZIE!

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